“Prego?” chiesi.
Un tizio era entrato all’improvviso nella stanza in cui ascolto le persone che vengono a cercare il mio aiuto. Aveva aperto la porta, si era guardato attorno con la mano ancora sulla maniglia. Appena mi aveva visto si era fatto da parte con il corpo come per invitarmi a uscire dalla stanza e seguirlo:
“Oh, bene, sei qua. Dai, vieni, vecchio, che c’è bisogno di te.”
Con un sorriso, mi rivolsi di nuovo a Elsa, una cara ragazza che mi stava spiegando il mondo visto con gli occhi di una bambina:
“Scusami solo un istante, spiego i principi base della buona educazione e torno subito da te.”
Mi avvicinai all’intruso e mentre faceva un passo indietro per permettermi di uscire, lo chiusi fuori dalla stanza con naturalezza. Mi tornai a voltarmi verso Elsa:
“Cosa ne pensi di andare a raccontare questa…”
“Ehi, ma… ma se ti ho detto che dobbiamo andare!”. Il tizio aveva riaperto la porta questa volta era rimasto sulla soglia. Mi voltai di scatto verso di lui, e sollevai un braccio minaccioso. Colto di sorpresa, fece un mezzo passo indietro come per schivarmi mentre da oltre allo stipite la mano di un altro mi afferrò il polso.
“Non ti devi permettere di minacciare il capo.” La mano apparteneva a un grosso omone, una specie di guardia del corpo a giudicare dalla stazza, che mi riservò solo uno sguardo di sufficienza, poi si rivolse al capo tenendo in ostaggio il mio polso.
“Tranquillo, capo. Adesso lo portiaaa… aaahia!” Una mossa veloce, una lieve rotazione e prima che se ne accorgesse l’omone stava già volando verso il centro della sala di attesa. Il tonfo sul pavimento fu piuttosto maldestro e da rumore potevo diagnosticare una spalla lussata.
“Aspettate il vostro turno, vi chiamerò quando avrò finito.